YUMMY (2020) di Lars Damoiseaux | Recensioni di Beetlejuice

YUMMY

“Dio ci sta punendo,
perchè l’abbiamo sfidato!”

Se a un campione statistico di cento assidui frequentatori di festival horror, provate a chiedere quale sia il sottogenere cinematografico che negli ultimi anni non è mai mancato, tutte e cento vi risponderanno: la zombie horror comedy. Nel 2018 e nel 2019 le commedie in salsa zombesca hanno addirittura vinto al ToHorror Film Fest di Torino, strameritatamente il primo anno con One Cut of the dead, un po’ meno meritatamente quello dopo (ovviamente a giudizio del sottoscritto) con Zombie for sale. Una cosa che il buon vecchio George Romero, nel lontano ’68 quando girava e montava in 35mm/bianco e nero il film che avrebbe dato origine a tutto, non poteva nemmeno lontanamente immaginare.

Yummy - Recensione film - screenshot 2

E sempre se chiedete alle vostre cento cavie cinefile, se in definitiva la commedia zombi ai Festival non abbia anche un po’ rotto le scatole, almeno novantacinque di loro, magari a malincuore, magari con un po’ di senso di colpa nei confronti degli amati non-morti putrescenti, vi risponderanno: “Eh, un po’ anche sì”. Ma questa filippica su generi, sotto-generi e sotto-sotto-generi è in fondo un po’ inutile, perché chi ama il cinema horror è per natura dotato di grande pazienza e intelligenza e tutto quello a cui è interessato è se l’opera in questione è un buon film o un cattivo film. Fortunatamente Yummy fa decisamente parte della prima categoria.

Yummy - Recensione film - screenshot 3

Un altro punto a favore di questa pellicola belga è che, nonostante abbia appunto tutti gli elementi per essere una commedia (altrimenti la mia introduzione non avrebbe avuto molto senso, ammesso che ne abbia), non lo è poi così tanto. Yummy le sue belle carte comedy le ha in mano, ma fondamentalmente se le gioca tutte all’inizio e poi le lascia sul tavolo per dedicarsi al resto. In prima battuta con i personaggi, tutti fortemente stereotipati: la biondina-tettona-timida in odor di final-girl, la madre MILF ossessionata dalla chirurgia estetica, il fidanzato sfigato, il chirurgo senza vergogna e la sua gelida assistente. In seconda battuta con l’ambientazione, la clinica di chirurgia estetica e la clientela che la frequenta, che come potete immaginare trasuda comicità già di per sé. Anche la motivazione inusuale della biondina di entrare in clinica per una riduzione di seno, anziché di aumento, è una trovata divertente (con l’esilarante dialogo sulla “G-Cup” e “B-cup” tra lei e il chirurgo), e non assolve minimamente la protagonista agli occhi degli spettatori (lei non accetta il proprio fisico, esattamente come la madre).

Yummy - Recensione film - screenshot 6

Ma come ogni pellicola zombi che si rispetti, le cose vanno a puttane in brevissimo tempo e la clinica diventa una magnifico parco di divertimento per non-morti da cui il nostro manipolo di personaggi deve riuscire a scappare il più in fretta possibile. E qui allora Yummy comincia a fare sul serio. Il regista Lars Damoiseaux si lancia a capofitto nell’action e nello splatter e la clinica, con le sue stanze, le sue porte, le sue scale e i suoi corridoi, diventa il luogo perfetto dove far imperversare la macchina da presa. Il livello degli effetti e del trucco è veramente buono e consente di dar vita a scene credibilissime e divertentissime (sempre che vi divertiate a vedere teste spaccate con l’accetta, ciccioni esplodere a causa dell’inversione della macchina di liposuzione, intestini usati come funi). In questo senso insomma Yummy rimane un po’ dalle parti della commedia, a causa di questa esagerazione dell’orrore che è tipica dello splatter, non certo perché si trasformi in farsa e decida di smettere di spaventare.

Yummy - Recensione film - screenshot 5

Nel frattempo, mentre i variopinti personaggi della clinica diventano piano piano snack per zombi (e gli spettatori si troveranno più o meno tutti d’accordo che è la fine che meritano di fare), Yummy ha anche il tempo per raccontare un po’ la storia di Alison e Michael, i due fidanzatini, il cui futuro sarebbe stato infinitamente più tranquillo se solo lei avesse fatto pace con le sue enormi tette a quindici anni. Nel corso della vicenda, Michael dimostra sempre di più la sua inadeguatezza nei confronti della ragazza e della situazione e noi spettatori un po’ soffriamo con lui (non molto, solo un po’). Il suo continuo cercare di estrarre la scatoletta con l’anello per chiedere la mano di Alison è quel genere di piccolo dettaglio che impreziosisce la pellicola. Quando finalmente ci riesce, lo fa in una fogna putrida popolata da non-morti, cosa non propriamente consigliata se si vuole fare effetto sulla donna che si ama.

Il finale è di quelli che sanno rendere giustizia al film. Non mi va di rivelarvi se la timida-tettona in odor di final girl mantiene fede o meno al personaggio, ma certamente quell’anello che rotola in mezzo alla strada, dopo che lei ha guardato negli occhi per l’ultima volta Michael e si è resa conto dell’errore, è un bellissimo regalo di cattiveria belga.

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babol81

Onestamente ho preferito One Cut of the Dead e Zombie For Sale a questo, che soffre di una parte centrale troppo convenzionale. Come sai, sono un po’ stufa di zombie e cerco cose molto particolari!

Dal Belgio una buona pellicola horror che si diverte con lo splatter riuscendo a non scadere nella farsa di tante altre zombie-comedy
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