UNDERWATER (2020) di William Eubank | Recensioni di Beetlejuice

UNDERWATER

“Quando rimani sott’acqua per mesi
non distingui più il giorno e la notte.
Ci sono solo lo stato di veglia e il sogno.
Non che sia facile
distinguere le due cose”

Lo scaffale delle occasioni sprecate è sempre ben rifornito, soprattutto quando si parla di cinema di fantascienza. Nessuno sembra resistere alla tentazione di gettare al vento un’occasione d’oro, e il bel gruzzoletto del budget, se può farlo. Il perché potrebbe avere a che fare con l’attrazione primitiva dell’uomo per il fallimento e l’autodistruzione, come insegna il fattaccio dello sfratto dai Giardini dell’Eden.

Per come la vedo io, buttare nel cesso un’occasione non significa per forza fare un film pessimo, basta riuscire a realizzare un film appena sufficiente quando hai delle ottime carte in mano. Con Underwater siamo esattamente messi così e, per quanto uno ami la fantascienza e sia disposto a voler bene anche alle opere meno riuscite, è impossibile non arrivare alla fine della pellicola con dipinta in faccia la smorfia che nel linguaggio universale degli spettatori significa “Che peccato”.

Le carte in mano ottime infatti qui ci sono, tranne una, fondamentale, e che ovviamente è buona parte del problema: la sceneggiatura. Facciamo però prima un piccolo passo indietro e guardiamo il soggetto di Underwater nella sua essenzialità: la base subacquea della compagnia Tian Industries, che sta perforando il suolo della Fossa delle Marianne, viene distrutta da uno strano terremoto. Il piccolo manipolo di sopravvissuti deve affrontare le avversità del fondale oceanico per raggiungere le capsule di salvataggio, ma scoprirà di non essere l’unica forma di vita a quelle profondità. Con una semplice sostituzione di variabili acqua/spazio e base subacquea/base (o nave) spaziale, cosa salta fuori? Se non avete sbagliato i conti e i riporti, il risultato sarà Alien o Aliens, a seconda che vi siate immaginati un’equazione horror o action.

Fin qui, come sempre, non ci sarebbe niente di male. Nell’arte l’originalità assoluta praticamente non esiste, e anche quella poca di cui possiamo godere è prerogativa dei rari geni che per fortuna ogni tanto nascono. Nella cinematografia di genere poi il problema nemmeno si pone, perché l’amante del genere è in fondo quello più disposto a fregarsene se qualche fotogramma grida il nome di altri cento film. Il genere vive già di suo di topòi e clichè, l’importante è però che la storia fili dritta come un missile, che diverta, emozioni e ci faccia arrivare alle scene finali incollati allo schermo come da bambini di fronte a King Kong sull’Empire State Building.

In Underwater purtroppo la sceneggiatura è lontanissima da questo. I personaggi non fanno molto di più che muoversi dal punto A per arrivare al punto C, fermandosi un attimo a bivaccare al punto intermedio B. In questa scampagnata nelle oscurità oceaniche succede semplicemente che le cose si spacchino, che l’aria scarseggi, che i legittimi abitanti dei fondali si alterino (ma senza farsi vedere troppo), e quindi che inevitabilmente qualcuno ci lasci le penne. Insomma, si arriva alla conclusione, con la stessa impressione che lasciano certi videogames tripla A, fighissimi in praticamente tutti i comparti, ma che poi si abbandonano dopo due ore gioco perché sono tutto fuorché divertenti.

In questa generale mancanza di coinvolgimento, i continui rimandi alle pellicole di Ridley Scott e James Cameron fanno quindi piacere quanto l’amico noioso che vi costringe a starlo a sentire su un film che conoscete a memoria. Il senso di claustrofobia degli ambienti, gli interni scuri e sporchi dell’installazione, i colori e i suoni, la voce femminile del computer della base, i protagonisti che strisciano nei cunicoli, la creatura portata a bordo, l’equipaggio radunato attorno al tavolo per studiare il piano, l’attacco ravvicinato del mostro acquatico a Norah, il coniglietto di peluche, persino il finale con la protagonista vagamente discinta, tutto è lì che vi strizza l’occhio e vi ricorda che “Nella Fossa delle Marianne, nessuno può sentirti urlare”.

Questa derivatività di Underwater solleva comunque un punto interessante e cioè quanto il contesto spaziale e quello delle profondità oceaniche possano essere, almeno cinematograficamente, molto simili. Non è un mistero che i corridoi della Nostromo siano stati progettati dagli scenografi basandosi sugli interni di un sottomarino, nè che che gli astronauti della NASA facciano addestramento con la tuta in piscina, ma credo che mai come in questo film l’acqua assomigli al vuoto dello spazio. Ecco, e questo giuro che è l’ultimo difetto che trovo, le scene in questi esterni acquatici le ho trovate quasi sempre molto confuse e difficilmente comprensibili fin dall’inizio. Ok, siamo a diecimila metri di profondità, c’è l’acqua, è buio, c’è quel necessario vedo-non-vedo della narrazione thriller, ma io in certi casi di quanto stava succedendo non ci ho capito un dannato accidente, se non a scena conclusa.

Quanto vi ho raccontato finora, lo ripeto, è comunque solo un gran peccato. Perchè in Underwater non è tutto male, anzi, ci sono anche tante cose belle e ben fatte. Innanzitutto un inizio folgorante, un prologo in azione come non ne vedevo da tempo. Una scelta piuttosto inusuale in questo genere di storia, perlomeno la narrazione classica vorrebbe l’introduzione di ambiente e personaggi in condizioni “di equilibrio” per poi mostrare il botto e le conseguenti inevitabili gatte da pelare. L’incipit indovinatissimo di Underwater invece parte subito col grande botto, per poi presentarci progressivamente l’ambiente assieme a tutti i protagonisti della vicenda.

E i personaggi sono un’altra delle cose affatto malvagie di Underwater. Con i tanti bellissimi primi piani e qualche dialogo ben riuscito, in poche scene vengono tutti ben tratteggiati. Uno su tutti è ovviamente Norah, la protagonista interpretata da Kristen Stewart: bella, androgina, inarrestabile, cazzuta, ma anche con una sua fragilità (che, diciamocelo, hanno tutti, persino Ripley). In generale tutto il cast è di ottimo livello, non so se davvero ci fosse bisogno di reclutare come comandante Vincent Cassell, visto il destino che nei film i comandanti hanno scritto in fronte, ma tanto i soldi mica li tiriamo fuori noi, no?

Il regista William Eubank (che conoscete già, se avete visto quel film strano ma molto interessante intitolato The Signal) riesce a caratterizzare bene gli abissi, anche se a volte rimangono un po’ scuri e confusi, ma in particolare mi è sembrato visivamente davvero ispirato in alcune scene, come certe inquadrature in controluce o i dettagli in slow motion (e ovviamente nelle scene finali, con lo svelarsi del grande mostro marino).

Insomma, sulla fatto che sia un film di fantascienza siamo tutti d’accordo, ma poi cos’abbiamo? Un action? Un thriller? Un horror? Un monster-movie? Io direi un po’ di tutto questo, ma senza mai essere niente in modo convincente. Io ho abboccato persino a un paio di false piste, che se si fossero rivelate vere mi avrebbero fatto rivalutare molto Underwater. La prima, quella iniziale della paranoia e della perdita del senso dello scorrere del tempo, che secondo me si sarebbe anche potuta rivelare un ottimo tema da cavalcare e una chiave di lettura incredibile, ma no, niente da fare è stata solo una mia illusione. La seconda, sul finale, quando la pellicola per qualche istante lascia pensare che stiamo per assistere a una specie di deriva lovecraftiana, perché è impossibile non vedere in quel contesto (e soprattutto nell’enorme creatura acquatica) qualcosa degli incubi dello scrittore di Providence. Ma anche qui no, o perlomeno non in modo compiuto, lasciandoci invece con un finale classico, ma così classico, che ormai credo sia vietato nelle scuole di sceneggiatura.

Quello che però non mi va giù della conclusione di Underwater non è questo, in fondo me ne frego che sia un clichè abusato, stiamo pur sempre parlando di un quasi-B-movie. Il problema del finale è quell’insopportabile morale patriottico-antropocentrista alla I am legend (quella del finale canonico intendo, che sovverte completamente il senso del libro di Richard Matheson), in cui gli esseri umani sono i buoni e tutti gli altri sono cattivi e devono morire male. Poco importa che siano gli uomini a trivellare i fondali oceanici, incuranti dei disastri che stanno provocando, e che, per salvare due persone, la soluzione sia nuclearizzare un’intera civiltà sottomarina.

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Un horror fantascientifico ambientato negli abissi marini, riuscito solo in parte e su cui aleggia, forse fin troppo, lo spirito di Alien
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