THE REPORT (2019) di Scott Z. Burns | Recensioni di Beetlejuice

THE REPORT

“Se un qualunque soldato americano
si dimostrasse così vile e infame
da nuocere a qualsiasi prigioniero…
Io vi esorto vivamente a punirlo
in modo tanto severo ed esemplare
quanto l’enormità del crimine necessita.
Poichè una tale condotta arreca
vergogna, disonore e rovina
a se stesso e al suo Paese.”

(George Washinghton)

Il periodo che stiamo vivendo (che al lettore del futuro ricordo essere quello della pandemia di Covid-19) è tragico quanto basta perché Hollywood decida prima o poi di farci un film coi fiocchi. Anzi no, un momento, aspettate: il film lo hanno già fatto nel 2011, si chiamava Contagion e non è stato diretto da qualche regista di nicchia in odor di complottismo psico-socio-sciento-politico, bensì da un pezzo da novanta mainstream come Steven Soderbergh (e qui uno qualche domanda se la fa, perché passi che sul pericolo delle epidemie i Governi di tutto il mondo abbiano completamente e scientemente ignorato gli avvertimenti e le profezie di scienziati, attivisti e Bill Gates, ma che deliberatamente non sia stato ascoltato nemmeno Soderbergh, beh, questo davvero supera ogni limite).

Ma perché mai nella recensione di The Report vi parlo di Contagion e del suo regista fighetto? Perché il cinema è un intrico di idee, una matassa che si sbroglia mettendo in relazione opere e autori, un trucco che si rivela col tempo, visione dopo visione. Non è particolarmente sorprendente che il produttore di The Report sia Soderbergh, ma già è un po’ più interessante il fatto che la pellicola sia scritta e diretta da Scott Z. Burns, che di mestiere ha sempre fatto più che altro lo sceneggiatore e che stava per l’appunto dietro alla sceneggiatura di Contagion. Oltre a questo, ciò che mi fa sentire vicine le due pellicole è che entrambe in qualche modo ci parlano del tempo che stiamo vivendo. Se il film sulla pandemia di MEV-1 è perfettamente e tristemente attuale per motivi sostanziali (se non lo ricordate, riguardatelo, al 95% è quello che sta succedendo oggi nel mondo), in The Report c’è un gancio altrettanto forte con la situazione corrente, anche se più sfumato e filosofico, ed è quel pensiero pervasivo e onnipresente che si fa strada nei momenti di crisi e che si sintetizza nel detto “Il fine giustifica i mezzi”.

Al di là dell’opinione che si possa avere sulla necessità di sospendere i diritti civili in caso di eventi eccezionali e dirompenti (come nel caso di una guerra, di un attacco terroristico o di un problema sanitario come un’epidemia), è difficile negare che oggi siamo in una situazione in cui si adottano mezzi straordinari per far fronte a una situazione straordinaria. E si respirava questa stessa aria anche dopo l’11 Settembre del 2001. Sebbene la morte avesse toccato da vicino solo una piccola parte di noi, eravamo tutti così confusi, arrabbiati e spaventati che persino i più garantisti potrebbero essersi lasciati scappare qualche pensiero molto vicino a quel terribile “Il fine giustifica i mezzi” che in fondo è l’humus che ha permesso accadessero le vicende narrate in The Report. L’attacco alle Torri Gemelle è ancora troppo vicino perché come individui possiamo aver completamente elaborato la tragedia e la sua crisi conseguente, ma in questo senso il tempismo con cui arriva questo film è perfetto. Perché possiamo guardare la situazione razionalmente e da una distanza privilegiata (cosa che non possiamo dire oggi per la pandemia di Covid-19) e tuttavia non avendo ancora del tutto dimenticato le sensazioni e le pulsioni di quel periodo complicatissimo.

Non so quanto ne sapete voi degli interrogatori effettuati dagli Stati Uniti sotto l’Amministrazione Bush ai prigionieri sospettati di terrorismo (durante quella che è passata alla storia come Guerra al Terrorismo), ma io prima di vedere The Report ero conscio a malapena di Guantanamo, delle accuse di tortura e che in qualche modo c’entrasse la CIA. Quello che fa la pellicola di Burns (e in questo è meritoria, a prescindere dal fatto che alla fine il film piaccia o meno) è raccontare in modo lucido ed estremamente dettagliato quanto è emerso dall’inchiesta quinquennale della Commissione Intelligence del Senato sul programma di detenzione e interrogatorio della CIA nel 2002. Un’indagine fortemente voluta dalla senatrice democratica Dianne Feinstein, su cui ha lavorato in modo implacabile e sovrumano il ricercatore Daniel Jones e che è sfociata in quel “rapporto” di settemila pagine che ha fatto luce sull’atrocità della tortura ai carcerati e sulla sua totale inutilità dal punto di vista investigativo.

Su quanto viene scoperto da Dan è difficile usare un’espressione come “La realtà supera la fantasia” senza sentirsi un po’ stupidi per averlo detto. Perché quello che emerge è qualcosa di enorme e folle, un preciso disegno scientifico di tortura dei carcerati per ottenere informazioni in cambio, l’impotenza indotta negli uomini alla stregua di quella nei cani dell’esperimento del Dottor Seligman, le tre D di Debilità, Dipendenza e Disperazione che ogni prigioniero deve essere portato a provare se si vuole ottenere la sua collaborazione, la raffigurazione del waterboarding e delle altre EIT (Enhanced Interrogation Techniques, Tecniche di Interrogazione Avanzata) nelle slide di una presentazione. Una strategia atroce e impensabile, in parte incoraggiata dal conferimento da parte del Presidente Bush di budget e poteri illimitati alla CIA nella gestione dei prigionieri, ma ancor più di diretta derivazione di quel sentimento che si insinua in un popolo ferito e che ci fa credere che ogni mezzo che usiamo sia lecito, perché noi siamo sempre i buoni. Un sentimento rabbioso e di pancia, che dovrebbe durare al massimo dieci minuti, e che invece in quegli anni pervadeva buona parte del popolo americano, perché amplificato e strumentalizzato da una parte della politica e delle istituzioni.

Ma il film non è tutto qui. The Report non è sicuramente tenero nel mettere in scena gli interrogatori e le condizioni dei prigionieri, ma le rappresentazioni, anche se crude, sono tutto sommato sempre molto brevi. Non è così, insomma, che la pellicola si gioca le sue carte. Il grande e vero soggetto della vicenda è invece quella complessissima macchina governativa costituita da Senato, Commissioni, CIA, FBI, Casa Bianca e di tutte le relazioni, gli equilibri e i conflitti tra di loro. Un ecosistema politico in cui si può arrivare a degenerazioni inspiegabili, come affidare la strategia di interrogazione dei prigionieri a due psicologi di nessuna provata capacità (Jim Mitchel e Bruce Jesenn, che non avevano alcuna esperienza di interrogatori né alcun altro merito in un campo scientifico collegato, ammesso che esista) e difendere l’assurda linea della tortura al di là di ogni ragionevolezza. Un esempio di come un grande congegno democratico come quello degli Stati Uniti si possa inceppare, lasciando campo libero a comportamenti barbari e disumani (in questo senso la scena dove gli avvocati discutono sui cavilli che permetterebbero di torturare i carcerati è paralizzante). Un mondo di pesi e contrappesi, che fortunatamente in queste sue debolezze ha anche gli strumenti costituzionali per riscattarsi (alla fine il rapporto, nonostante la resistenza della stessa Casa Bianca, sarà pubblicato, anche se in forma estremamente ridotta).

Scott Z. Burns in The Report sceglie una strada molto simile a quella di Contagion, cioè la verosimiglianza e la sobrietà. Potremmo addirittura dire che è uno script molto più sbilanciato verso l’informazione, rispetto alla narrazione. L’ottimo cast è tutto rigorosamente al servizio della storia, compreso il bravissimo Adam Driver, che interpreta un personaggio a suo modo affascinante (è l’unico che non ha mai un cedimento o un dubbio su cosa sia giusto fare, quando persino la senatrice sembra titubare), ma anche non particolarmente comunicativo o simpatico. La sceneggiatura di Burns inoltre continua a saltare nella timeline da un anno all’altro, per spostare il focus sulle azioni nel tempo, così come in Contagion spostava il focus da una zona all’altra del pianeta per seguire il contagio. Tutte queste caratteristiche ne fanno inevitabilmente un film poco spettacolare e anche un po’ difficile da seguire. I personaggi in gioco sono stati già ridotti per le ovvie esigenze di sintesi narrativa, ma è facilissimo a un certo punto entrare in stato confusionale, mettere in pausa e domandarsi smarriti “Ma questo per chi diavolo lavora? La CIA? L’FBI? La Casa Bianca? Il Campidoglio? E cosa fa? L’agente? L’avvocato? Il medico? Il senatore? Il militare? Lo psicologo?” (almeno così è capitato a me, e voi direte “è l’età, caro mio”, e probabilmente avete anche ragione).

Ciò nonostante The Report, se uno davvero ha la pazienza di seguirlo con attenzione e senza perdere il filo, è una pellicola avvincente e anti-hollywodiana. Anzi, è avvincente proprio perché non è hollywodiana, almeno non nel suo senso deteriore di “emozionante ad ogni costo”. Nessun escamotage cinematografico, nessun trucchetto registico, la storia è lì, vera e sensazionale e pronta per essere raccontata senza tante moine. C’è anche la piccola stoccata a Zero Dark Thirty (l’occhiata di disapprovazione di Dan al trailer che passa in TV), la pellicola della Bigelow del 2012 che è stata duramente criticata dalla senatrice Feinstein per aver fatto apparire la tortura come una pratica che può portare a dei risultati.



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La storia vera dell’inchiesta sugli interrogatori della CIA nella Guerra al Terrorismo. Un film che non vuole essere spettacolare, ma che racconta in modo minuzioso una pagina nera della storia recente
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