THE END? L'INFERNO FUORI (2017) di Daniele Misischia | Recensioni di Beetlejuice

THE END? L’INFERNO FUORI

“Non ce la faccio più a stare calmo.
E questo qua non è affatto il mio cazzo di lavoro.
Io sono bravo a fare i soldi, non ad ammazzare le persone!
Claudio quelle non erano persone, erano infetti.
E volevano ammazzarti”

Io ve lo giuro, sogno un mondo in cui sia possibile parlare del cinema italiano degli ultimi trent’anni senza iniziare dicendo “Considerando che è un film italiano”. Perché c’è poco da fare, questa premessa viene spontanea come quando tornate dalla recita dei vostri nipotini, che in effetti sono bravissimi, dovreste vederli, considerando che hanno cinque anni. Per quanto mi riguarda la cosa vale un po’ per tutte le produzione italiane, senza distinzioni di genere, esclusi ovviamente quei pochi grandi film che sono la classica eccezione che conferma la regola.  La leggenda del pianista sull’oceano e La migliore offerta di Tornatore sono esempi lampanti di queste eccezioni e contemporaneamente sono anche una brutale stilettata al nostro cinema, perché tra tutte le grandissime qualità che hanno, manca tragicamente l’italianità del cast (oltre l’avere una nettissima differenza di tematiche trattate, ma questo fa parte delle grandissime qualità).

Nel cinema di genere la situazione è anche peggiore, perché non ci sono nemmeno le eccezioni.
Non lo è nemmeno questo The end? L’inferno fuori di Daniele Misischia, che come dice gente molto più in gamba di me “è il segnale che qualcosa nel cinema italiano si sta muovendo”. Sì vero, e io voglio sostenere Misischia con tutto me stesso, dico seriamente, ma questa cosa che ci stiamo muovendo è un ritornello che abbiamo sentito dire per Shadow di Zampaglione, per Lo chiamavano Jeeg Robot di Mainetti e credo per ogni pellicola dei Manetti Bros. Eppure siamo ancora qua, che aspettiamo il film di cui possiamo parlare con un po’ di orgoglio quando andiamo in vacanza all’estero.

The end l'inferno fuori - Recensione film | Screenshot 1

The end? L’inferno fuori parte bene, con dei titoli di testa e una colonna sonora elettronica molto poco italiani (ma è possibile che siamo arrivati al punto che “poco italiano” sia un complimento cinematografico?) e con una certa cura per i particolari (per esempio il colore rosso, presagio di sangue che scorrerà a fiumi, che viene usato per i pulsanti retroilluminati dell’ascensore e per le pareti del piano a cui rimane bloccato). Siamo a Roma (ma va?), fortunatamente la capitale si vede pochissimo e il centro dell’azione è tutto localizzato nell’ascensore dell’edificio. Gli attori sono romani e parlano con cadenza romana (ma va?), tuttavia il protagonista Alessandro Roja lo nasconde meglio di tanti altri. Nonostante la scelta di restringere la location in modo così esasperato, fatta sicuramente per motivi di budget, Misischia riesce a realizzare una pellicola discretamente action, grazie a frequenti movimenti di camera (se vogliamo con qualche zoom di troppo) e un uso intelligente dei limiti fisici. L’azione, quando comincia, è praticamente sempre vista dallo spiraglio della porta bloccata e la cosa funziona. Un escamotage che spesso serve per lasciare l’orrore e il sangue fuori dalla visuale, ma in qualche caso per portarli a distanza ravvicinata pur tenendo al sicuro il protagonista. Il commento sonoro è sempre elettronico e minimalista, con temi che a volte sfiorano il paranoico,  e il trucco degli infetti è decisamente credibile, probabilmente uno dei migliori visti in Italia negli ultimi anni.  

The end l'inferno fuori - Recensione film | Screenshot 2

C’è qualcosa che ricorda Locke nei primi momenti di The end? L’inferno fuori, quando il nostro protagonista è alle prese con mille problemi e ha a disposizione solo il cellulare, purtroppo questo meccanismo non funziona altrettanto bene rispetto al film con Tom Hardy. E non funziona per due motivi che non sono affatto secondari: la recitazione e i dialoghi. La recitazione perché, fatta eccezione per Roja, che comunque in certe espressioni di terrore fa cadere le braccia, gli unici altri attori convincenti sono gli zombi. Se tenete conto che il protagonista ha come interlocutori quasi solo  persone al telefono o all’interfono e queste persone parlano come personaggi di un film porno, se i porno venissero ancora doppiati, capite che razza di risultato imbarazzante sia. Non solo, ma l’unico comprimario, cioè il poliziotto che entra in scena a metà film (Claudio Camilli), ha come unico pregio quello di far brillare Roja come se fosse il nuovo Mastroianni. In questo però bisogna ammettere che non è del tutto colpa sua, ma che la sua recitazione è affossata continuamente da dialoghi ai limiti della decenza.

The end l'inferno fuori - Recensione film | Screenshot 3

Una delle regole d’oro nei film di genere, che ogni sceneggiatore dovrebbe seguire pedissequamente come si segue il bugiardino di una medicina sperimentale, è il seguente:  hai scritto un dialogo per i tuoi personaggi? Ok, bene. Rileggilo ad alta voce. Il dialogo è stracazzuto, cioè è credibile, interessante e memorabile? No? Allora non farli parlare e falli sparare. Chiusi dentro a questa bara di metallo, mentre fuori imperversa l’apocalisse zombie, i due personaggi di The end? L’inferno fuori decidono che è il caso di approfondire i tre seguenti temi universali:

Le origini della malattia degli infetti. Tenetevi forte, perché questa è roba grossa. Il poliziotto, che non solo parla come in Romanzo Criminale ma è anche un dritto come quelli là, stando ben attento alla scelta delle sue parole visto che sono anche tra le ultime che probabilmente pronuncerà in vita sua, rivela che secondo lui è un virus. Un virus! Capite che dritto? E, attenzione, mica un virus come l’influenza. Un virus creato artificialmente e sfuggito di mano a qualcuno. Oltre che dritto, anche ben informato.
I sensi di colpa. Questa volta la palla passa al nostro protagonista yuppie che si confida col nuovo amicone in divisa. So che è difficile da credere che nel 2018 un manager rampante che sta per diventare merendine per zombi possa esprimere un concetto così altamente elaborato, ma ignorando la vostra incredulità lui ammette di essere una brutta persona (proprio così “brutta persona”), perché ha trattato male la moglie e non le ha comprato il latte.
Dramma e sdrammatizzazione. Sapete no, quando siete lì lì per trapassare e vi viene in mente di tutto, da quando avete fatto scoppiare il vostro primo petardo all’ultima volta che avete mangiato il risotto con lo stinco? Ecco, solo che se fuori gli zombi stanno divorando l’umanità, la voglia di stemperare l’atmosfera con qualcosa di veramente divertente è irresistibile e quindi vi mettete a ridere fortissimo e spiegate che stavate ripensando a quella battuta dove “Se io mi nutro e tu ti nutri, Frank Sinatra”.

The end l'inferno fuori - Recensione film | Screenshot 4

Insomma, credo abbiate capito, il concetto è che in The end? L’inferno fuori quando un personaggio apre bocca combina un disastro. Funziona invece, e a volte anche splendidamente, quando Misischia mette in scena l’azione, quando costruisce la tensione nei pochi ambienti a disposizione, quando gioca di minimalismo col sonoro, quando batte il tempo con le immagini dall’esterno (magnifica quella al tramonto con le statue dei papi in controluce) e quando nell’epilogo inquadra dall’alto una Roma martoriata dall’infezione con le colonne di fumo che salgono verso il cielo.  

Questo funziona, anche non considerando che è un film italiano.

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Finalmente arriva l’apocalisse zombi a Roma e voi che fate? Rimanete bloccati in ascensore. Uno spaghetti-zombi godibile, in cui i personaggi farebbero meglio a stare zitti.
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