STILL BORN (2017) di Brandon Christensen | Recensioni di Beetlejuice

STILL BORN

“La prima volta che lo vidi
fu nel bel mezzo della notte,
quando andai da lei per controllarla.
Era li’ in piedi
e la osservava”

Cerco di spiegarlo sinteticamente: nella vita vera diventare madri significa andare a cercarsi un sacco di grane, generalmente nella speranza che siano più che controbilanciate dalle soddisfazioni. Nei film horror invece la lettura della maternità è un po’ diversa ed è la seguente: cercarsi un sacco di grane, controbilanciate da dolore, morte e distruzione. Non che i padri siano immuni da queste sfighe, spesso anche loro ci vanno di mezzo (a meno che non sia quel tipo di padre che se la svigna a metà film prima che la situazione diventi irrecuperabile), ma diciamo che sulla madre uno ci può sempre mettere la mano sul fuoco.

Still born | Recensione film | Screenshot 2

Still born è uno di questi film, in cui la maternità è al centro della narrazione e la metafora sull’inadeguatezza nel ruolo di genitore è dietro l’angolo. È un tema che nel recente panorama indie horror sembra essere sempre più sentito, il più famoso esempio è ovviamente The Babadook, ma la lista è lunga, basti citare Lullaby, Under the shadow, The hole in the ground e The prodigy. Still born inizia con immagini crude ma in qualche modo smorzate. Mary partorisce con accanto il marito, il suo viso e tutto il suo corpo sono contratti per lo sforzo sovrumano, ma i suoni sono attutiti o del tutto cancellati, come potrebbe sentirli una madre in quei momenti. Tutto è intensamente drammatico ma nella normalità, finché un taglio netto e inaspettato di montaggio ci sorprende e capiamo che qualcosa è andato storto. E’ un tono asciutto, minimalista, che ci racconta della sofferenza della madre ma anche della costante presenza del padre e che, a parte qualche momento un po’ più spettacolare e spaventoso più avanti, ci accompagnerà per tutto il resto del film.

Still born | Recensione film | Screenshot 6

La verità sulle sorti del parto viene a galla a poco a poco, con una seconda culla vuota nella stanza dei bambini, un pianto fantasma nel baby monitor, tutti segnali dell’incapacità della madre di accettare la morte del secondo gemello (e di sentirsi madre incapace proprio per quella morte). Fin qui non ci sarebbe quasi niente di horror, ma voi lo sapete meglio di me, quando in una casa spuntano baby monitor, telecamere e affini, è sempre presagio di sventura. In questa parte la faccenda assomiglia terribilmente a La habitación del niño, uno dei pochi episodi riusciti di Peliculas para no dormir del 2006 e più in generale il film ha un soggetto che è praticamente lo stesso di Lullaby, pellicola uscita quasi contemporaneamente a Still born.

Still born | Recensione film | Screenshot 10

Anche se il regista Brandon Christensen non è Álex de la Iglesia, tutta questa parte di inquadrature a bassa risoluzione, di movimenti di camera all’interno della casa, di luci, lampi, rumori, presunte apparizioni e relativi jumpscare funziona bene. C’è ovunque, e fortunatamente ci sarà praticamente fino alla fine, anche la perfetta dose di ambiguità in quello che succede. In Still born non sapremo mai con certezza se quanto viene mostrato sia vero o se sia solo la realtà deformata di una madre disfunzionale e paranoica. La trovata del baby monitor della vicina che interferisce con quello di Mary è abbastanza verosimile per spiegare le allucinazioni audiovisive di Mary ed è uno dei tanti piccoli tasselli che ci spingerà nella direzione di non credere a tutto ciò a cui crede la protagonista. Ciò nonostante ci sono altre situazioni che accadono che sono ugualmente innegabili e questo confonderà piacevolmente le idee. Questo è il piatto forte del film, anche perché di fatto non ci sono molti altri aspetti positivi, ma io lo giudico più che sufficiente per farne una pellicola dignitosa e che può garantire qualche sano spavento.

Still born | Recensione film | Screenshot 11

Ci sono tante scene ben architettate in Still Born, come quella della porta che si chiude mentre Mary fa il bagno al neonato oppure il momento in cui il marito esce col figlio, la telecamera compie un giro di trecentosessantagradi attorno alla stanza e mentre nella percezione di Mary sono passati solo pochi secondi, in realtà sono passate ore. Allo stesso modo l’orchestrazione della scena finale è pregevole, con il “sacrificio” della madre durante la festa di Halloween e gli invitati mascherati al di là delle grandi vetrate come ad assistere ad una celebrazione rituale. Una scena che con qualche attenzione poteva essere molto più potente e davvero memorabile, ma che nel suo piccolo si può dire che abbia raggiunto lo scopo.

Still born | Recensione film | Screenshot 12

Ecco, Still born è certamente più un film di scene e atmosfere che non un film di storia e personaggi. Anzi, probabilmente questi ultimi sono i due elementi davvero deboli della vicenda. La storia come abbiamo detto rientra ormai in un cliché, e questo non è necessariamente un difetto (altrimenti metà dei film horror sarebbero da buttare via) ma in certi punti la scrittura è raffazzonata e confusa. Mary che scappa dall’ospedale e torna casa in pochissimi secondi cozza un po’ con il mio concetto di verosimiglianza e la mia idea di ellissi temporale ragionevole. Anche la figura della madre di Mary, presente esclusivamente nelle videochiamate al computer, è un personaggio un po’ innaturale di cui non si capisce bene la funzione. Lo stesso vale per per la tematica dei gemelli, un soggetto iniziale che in fondo è poco più che un MacGuffin perché la storia prosegue per un’altra strada e sostanzialmente se ne dimentica.

Still born | Recensione film | Screenshot 5

Forse però il lato peggiore è l’aspetto della recitazione, perché qui siamo sotto ai livelli di guardia di Final Destination (esclusa Ali Larter, sia chiaro). Tra i personaggi principali si salva a malapena Christie Burke nel ruolo di Mary. Abbastanza credibile nelle parti drammatiche, in quelle, diciamo così, horror/paranoiche, ha quasi sempre una recitazione troppo sopra le righe o comunque artefatta. Sul resto del cast c’è poco da aggiungere, probabilmente il migliore di tutti è un veterano delle parti minori come Michael Ironside, che qui ha comunque un minutaggio estremamente ridotto (oltre a una parte così poco brillante e così fortemente stereotipata che potevano tranquillamente darla al primo che passa).

Insomma, piaccia o non piaccia, questo film dà un grande insegnamento a chiunque voglia diventare genitore: coccolate e proteggete la piccola creatura come preferite, compratele quello che volete, spendete quanto vi pare, ma evitate qualsiasi cosa assomigli anche solo lontanamente a un baby monitor.

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Un discreto horror sul tema della maternità, che non brilla per originalità e recitazione ma riesce comunque a regalare qualche sano spavento
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