RELIC (2020) di Natalie Erika James | Recensioni di Beetlejuice

RELIC

“Da quando è morto tuo nonno
la casa sembra… estranea.
Più grande, in qualche modo.
Questa casa è tutto ciò che ci rimane.
Tutti i nostri ricordi.”

Di motivi per amare il cinema ce ne sono tanti quanti le stelle del cielo, ma quello che trovo più distintivo è la sua capacità di rapire completamente. Ci sono tante altre forme d’arte che hanno questa dote, capita anche coi libri, coi videogiochi e ovviamente con la musica (che infatti è unita al grande schermo da un patto inscindibile, fin da prima dell’avvento del sonoro), ma il cinema su di me arriva ad avere un effetto coinvolgente senza paragoni. Se poi la pellicola è una di quelle destinate a colpire i nervi scoperti degli spettatori, e io sono tra quei fortunati, allora per me il film si trasforma in un’esperienza totalizzante e mistica.

Così è successo con Relic, scritto e diretto dalla regista giappo-australiana Natalie Erika James, che al suo primo colpo scocca una freccia che si pianta dritta al centro del bersaglio. Va detto che questo bersaglio è molto, molto personale, perché il tema degli affetti famigliari, della decadenza delle persone care e della loro inevitabile perdita, è un tema che può essere davvero devastante per qualcuno, ma per altri potrebbe passare quasi inosservato. Relic è un film che spaventa in modo superbo dall’inizio alla fine, meritandosi quindi senza dubbio l’etichetta di horror, ma riesce ad essere anche incredibilmente profondo, toccante e umano. E queste due componenti sono perfettamente bilanciate, un equilibrio in cui una richiama sempre l’altra, senza forzature, come se fossero due facce della stessa medaglia. E del resto, se ci pensate, cosa c’è di più straordinario e allo stesso tempo terrificante dell’essere umani? Di vivere, scoprire, costruire e poi invecchiare, morire e perdere inevitabilmente tutto quello che si è amato e difeso?

In Relic c’è insomma, oltre al terrore, tanto, tanto amore. Un amore al femminile e materno, una donna che preoccupata per la scomparsa dell’anziana madre, si precipita assieme alla figlia per capire cosa le è successo. Tre generazioni che si ritrovano assieme nella vecchia casa di famiglia e che dovranno fare i conti con qualcosa che scopriranno essere connaturato alla casa e a loro stesse. Della nonna scopriremo piano piano sempre di più, ma l’incipit, in cui vediamo la vasca riempirsi e traboccare lungo le scale, per arrivare fino ai piedi della sua figura nuda, imbambolata a fissare qualcosa nel buio del salone (qualcosa che forse si muove), è un quadro già perfetto. Una perfetta sintesi di tutto il dramma, l’orrore e la tenerezza che ci saranno raccontate.

E la scena appena successiva, madre e figlia che arrivano a casa, che chiamano l’anziana signora, la cercano nelle stanze e infine salgono in camera da letto e sollevano le coperte, emotivamente per me è stato davvero una facilissima stilettata al cuore. È quel tipo di situazione che se ancora non abbiamo provato nella nostra vita, sappiamo benissimo che prima o poi capiterà. Magari in forma diversa, inaspettata, ma succederà. E sarà qualcosa alla quale non potremo opporci in nessun modo. È proprio su queste paure naturali che Relic gioca alla grande. A parte alcune scene, soprattutto nella parte finale, in cui vediamo effettivamente qualcosa di “horror” in senso stretto, per il resto la pellicola riesce a essere terrificante senza mai far vedere nulla che non sia nell’ordine naturale delle cose.

Tutto ruota attorno all’anziana Edna (interpretata splendidamente da Robyn Nevin), affetta da demenza senile e che oscilla tra momenti di lucidità, momenti di confusione e perdita di controllo. Il suo è un lento e doloroso sprofondare nel baratro della perdita delle capacità cognitive. Le sue parole, quando seppellisce impaurita l’album delle foto di famiglia, sono da brividi:

Continuo a pensare che forse mi stesse solo aspettando,
forse aspettava che fossi abbastanza debole.
Abbastanza sola.
Vorrei seppellire me stessa, così che non possa prendermi.
Voglio solo andare a casa. Vorrei solo girarmi e… tornare indietro.
Sto perdendo tutto, Kay.
Dov’è… Dov’è il mio… Dove sono tutti?

Sono parole che fanno venire la pelle d’oca non tanto perché parlano di una presenza minacciosa, ma perché hanno quell’elegantissima ambiguità allegorica che in definitiva è il tono di tutto il racconto. La minaccia a cui fa riferimento Edna potrebbe non avere niente di sovrannaturale, ma essere semplicemente la paura della fine, del declino inevitabile in cui si ritrova intrappolata, della perdita dei ricordi e degli affetti di un’intera vita. Non credo che qualcuno in buona salute possa davvero riuscire a immaginare cosa significhi vedere la propria vita sfuggire tra le dita, scoprire che alcune parti della propria storia non esistono più, avere il dubbio di cosa sia vero e cosa no e arrivare a non riconoscere più i propri familiari. Se questi temi in Relic sono rappresentati in modo così riuscito, anche se in una forma poco melodrammatica e più “di genere”, credo sia perché arrivano direttamente dal bagaglio personale della regista (una vicenda molto simile, anche se giocata su altri toni, è quella della bellissima settima puntata della serie Castle Rock, in cui l’anziana Sissy Spacek viene sballottata continuamente tra passato e presente).

Kay e sua figlia Sam sono lì, per Edna, per prendersene cura e cercare di contrastare il male che la vuole annientare. Un male che ancora non conoscono bene, che vedono ancora a modo loro e che più scoprono e più assume per loro connotati mostruosi, Ognuna forse con un senso di colpa per essersi allontanata dalla rispettiva madre, una colpa piccola e diffusa che in questo momento diventa il collante per rimanere assieme. Sono figure meravigliose, che anche quando una scena ci spaventa a morte, anche quando Edna fuori di sé, con un coltello in mano, urla “Tu non sei Kay! Io non ti conosco!” riescono a far trasparire che loro quella donna non l’abbandoneranno mai, perché è la loro madre e la loro nonna. Quella che ha cercato di insegnarti a suonare il pianoforte e che faceva bellissimi disegni a penna.

La scena in cui Sammy entra da sola nella parte segreta della casa, un luogo via via sempre più strano e impossibile, dove le geometrie diventano insensate e persino orientarsi è un problema insormontabile, è un passaggio terrificante, di puro orrore (a me ha ricordato le atmosfere agghiaccianti della serie Channell Zero – No-end House). Eppure anche questo ha il suo riflesso metaforico. Edna in quel luogo ci è già stata, forse proprio durante la sua scomparsa (lo capiamo dai post-it che lei attacca dappertutto e che sono anche qui), è semplicemente la sua casa, quel luogo conosciuto da una vita e in cui tante vite care a Edna sono passate, che piano piano il suo cervello malato le ha fatto dimenticare, ne ha buttato via i riferimenti. I corridoi allora diventano luoghi sconosciuti, troppo stretti, troppo bui, gli angoli si moltiplicano, le porte svaniscono o si aprono su luoghi impensabili e spaventosi.

Il finale di Relic è a suo modo sorprendente, perché per qualche istante si va dalle party del body horror, e la cosa sembra stonare in un film che fino a poco prima ci ha raccontato altro, in modo intimista e visivamente anche molto raffinato. Ma anche qui l’effetto progressivamente diventa chiaro, non c’è nulla che non sia un’allegoria di quanto in definitiva non facciamo tutti di fronte all’orrore del decadere di un nostro caro. C’era già tutto nell’inquadratura in cui un Edna è riversa a terra, ormai quasi trasformata, e accanto a lei è caduto uno dei post-it scritti per non scordare le cose importanti. Aveva scritto “I am loved” e i suoi occhi supplicanti sembrano voler ricordare anche alla figlia la stessa cosa. Allora anche il finale, con la scena raccapricciante in cui Edna termina la sua trasformazione grazie a Kay, non ha più nulla di mostruoso, quel viso non è più orrendo, ma è quasi benevolo, è quello della semplice accettazione di ciò che è scritto nel DNA di noi poveri mortali e che prima o poi deve smettere di farci paura.

Insomma, in Relic, oltre all’orrore ordinario e umano, ci sono tante componenti sovrannaturali che certamente possono essere lette semplicemente come tali, ma che hanno anche la meravigliosa funzione simbolica tipica dei film che qualcuno definisce “importanti” (il primo esempio che mi viene in mente è il solito The Babadook, scritto e diretto sempre da una donna e, curiosamente, sempre una donna australiana).

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Dall’Australia un film horror eccellente, che spaventa in modo magistrale, riuscendo ad essere anche profondamente toccante e umano
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