LAISSEZ BRONZER LES CADAVRES (Let the corpses tan) (2017)

LAISSEZ BRONZER LES CADAVRES

“Non dovrebbe finire mai.
Questa notte dovrebbe durare per sempre”

Se c’è una cosa che non manca a Laissez bronzer les cadavres è lo stile. Ed è uno stile per cui vanno pazzi registi come Tarantino e Rodriguez, perché pesca a piene mani dal poliziesco e dal western all’italiana degli anni ’70, incluse grana della pellicola e uso del colore.  Hélène Cattet e Bruno Forzani sono la coppia di registi francesi dal grandissimo talento visivo, che hanno scritto e diretto la pellicola,  tratta dall’omonimo romanzo noir di esordio di Jean Patrick Manchette del 1971. Non c’è un fotogramma qui dentro in cui non sia chiarissima la ricerca per recuperare le atmosfere di quegli anni, così come è curatissima la grafica dei titoli, rossi su sfondo nero, come nei migliori manifesti dei film polizieschi all’italiana (qualcuno ha detto “copertine dei Calibro 35”?).  Anche il montaggio sprizza stilosità da tutti i pori, frenetico e nervoso soprattutto nelle scene di azione (la rapina viene raccontata in poche decine di secondi, con una scelta eccellente del ritmo degli stacchi).  I registi usano le grafiche rosse in simbiosi col montaggio, stampando in faccia al pubblico a caratteri cubitali gli orari della giornata. È una scansione dei tempi serrata, quasi ansiogena, e più di una volta la scena viene chiusa in modo repentino su questi titoli che trasudano sangue.

Laissez bronzer les cadvres | Recensione film | screenshot 1

Una volta partita questa giostra, la diabolica coppia di francesi non ha nessun motivo per saltar giù, e gioca di nuovo il carico. Alle atmosfere stilose  uniscono anche un piano onirico,  la visione di una donna dorata, dal volto costantemente cancellato dai controluce, che appare ossessivamente, come ossessiva è la brama d’oro dei rapinatori. Anche qui niente che non sia già visto, con l’aggiunta (perché no?) di una buona dose di cattivo gusto, e nemmeno che sia già sentito, perché le musiche di questi intermezzi sono in gran parte di Ennio Morricone. E diciamocelo, se fai un film del genere con le musiche di Morricone sei già a metà dell’opera.

Laissez bronzer les cadvres | Recensione film | screenshot 2

In questo genere di pellicole il cast deve essere azzeccatissimo, pena la squalifica nel purgatorio delle scopiazzature mal riuscite. Ma i registi, ormai lo avete capito, sono dei veri primi della classe. Reclutano un cast che dire azzeccatissimo non rende l’idea. Degli attori non ce n’è uno che non sembra preso di peso da un set di Sergio Leone o Umberto Lenzi. A partire da Madame Luce, la pittrice bohemien, un personaggio inquietante che avrebbe fatto la sua porca figura in un film di Argento o Fulci e il cui sguardo a fessura ondeggia continuamente tra il seducente, il perverso e il malvagio. E bellissimo è anche Rhino, il rapinatore. Determinato, roccioso, incrollabile e con una faccia da pugile degna del Giuliano Gemma dei bei tempi (e non è un modo di dire:  Stéphane Ferrara è veramente un ex pugile).

Laissez bronzer les cadvres | Recensione film | screenshot 3

Tutto stile e niente arrosto, dunque? Beh, un po’ sì. Questo però vale per tutti i film formali e citazionisti . Fortunatamente in  Laissez bronzer les cadavres qualcos’altro c’è, anche se per molti potrebbe non essere abbastanza. Innanzitutto c’è una location estremamente evocativa, quasi western. I ruderi di un paese disperso in qualche isola del Mediterraneo, dove la pittrice si è ritirata con il proprio amante. E questa ambientazione diventa rapidamente un luogo d’assedio, con i personaggi intrappolati dietro a muri in rovina mentre fuori esplodono gli spari. Poi c’è una storia molto, molto semplice, ma raccontata in modo tutto sommato interessante, meno linearmente dei film a cui si ispira, perlomeno nella prima parte,  con le intenzioni e i rapporti tra i personaggi che emergono gradualmente, scena dopo scena. E infine ci sono i movimenti schematici dei personaggi all’interno di questa infausta scacchiera, con le fazioni che si creano, si spostano, si tradiscono e inevitabilmente ci lasciano anche un po’ la pelle.

Laissez bronzer les cadvres | Recensione film | screenshot 4

Purtroppo il film nella sua terza parte soffre di un difetto da cui è impossibile non essere infastiditi.  Esiste un infinito campionario di produzioni dove la location è la stessa dall’inizio alla fine, dai grandi classici (La finestra sul cortile, Nodo alla gola) fino a titoli più recenti (tre titoli pescati a caso dalla memoria: Phone Booth, Buried, The Wall). I confini della scena in queste pellicole sono ancora più ristretti, a volte veramente estremi, tuttavia riescono comunque a mantenere vivo l’interesse dello spettatore grazie a una scrittura e una direzione del film al servizio della storia. Purtroppo Laissez bronzer les cadavres non è tra questi, a causa di una regia vittima di se stessa e della rincorsa a tutti i costi dello stile. Dopo un’ora abbondante di immagini studiatissime, di stacchi eseguiti ad arte e di giochi acrobatici della macchina da presa, anche il più timorato degli spettatori non può che pensare: “Ok, sparare hanno sparato. Ma quand’è che qualcuno prende quella dannata macchina e comincia un inseguimento coi controcazzi?”.

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Prendete una manciata di Tarantino, un pizzico di Rodriguez, una spolverata di Morricone e cuocete tutto a fuoco altissimo. Un piatto che potrebbe lasciare a qualcuno l’amaro in bocca.
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