KNIVES AND SKIN (2019) di Jennifer Reeder | Recensioni di Beetlejuice

KNIVES AND SKIN

“Some boys take a beautiful girl
And hide her away from the rest of the world
I want to be the one to walk in the sun
Oh girls, they wanna have fun
Oh girls just wanna have…”

Demolire un film come Knives and skin sarebbe tutto sommato molto semplice, perché è una pellicola che ha scritto in faccia la sua precisa intenzione: parlare di un mondo interiore in cui non tutti necessariamente si rispecchiano, fregandosene di quella parte di pubblico che non lo capirà, e raccontarlo con la propria voce, fregandosene dei canoni cinematografici.

Knives and skin - recensione - screenshot 1

E per buona parte della proiezione, anche io Knives and Skin l’ho odiato. Ma se l’ho fatto non è tanto per i suoi demeriti oggettivi, quanto per la mia speranza scena dopo scena di farlo rientrare a tutti i costi in un categoria. E qualche colpa in fondo la pellicola ce l’ha, perché si presenta con un titolo forte, scritto come il nome degli Slayer, con un incipit da thriller anni ’70 (una donna, con un coltello in mano, di notte) e una scena iniziale che è il prototipo della scena iniziale di qualsiasi teen-slasher dagli anni ’80 in poi (Thriller di Michael Jackson compreso). Insomma, se ci mettete anche il fatto che è uno dei film del ToHorror Film Fest 2019, il fatto di aspettarsi qualcosa di anche solo vagamente horror era lecito.

Knives and skin - recensione - screenshot 2

Ma quasi subito, già in quella prima scena dei due ragazzi sul lago, Knives and Skin fa brillare qualcosa e quello è il segnale che no, assolutamente no, non siamo in quel tipo di film, non siamo dentro a un genere. Il contesto, sì, rimane quello familiare del teen movie anni 80-’90 (di cui Scream è diventato portavoce), ma più andiamo avanti e sempre meno ciò che vediamo assomiglia davvero a un film. Avete presente il tipo di narrazione che accettiamo con facilità nelle canzoni? Quello in cui è la musica a portare le parole e la storia che ci viene raccontata è un tratteggio di tanti piccoli dettagli che queste parole mettono in scena? Ecco, questa è la cosa che per me più si avvicina all’esperienza di vedere Knives and Skin. Nella pellicola i protagonisti cantano e il testo delle canzoni è parte integrante e fondamentale della storia, ma fin qui potrebbe essere semplicemente un musical (e direi anche un musical criticabilissimo). Ciò che rende il film interessante (e che ai miei occhi e orecchi lo salva) non è il semplice fatto che usi le canzoni per raccontare, ma che in fondo è proprio la pellicola stessa a essere una canzone.

Knives and skin - recensione - screenshot 5

Ed è una canzone che ci parla di amore e di attrazione tra esseri umani, di contatti, di voglia di toccarsi e di scoprirsi. Di quanto ognuno di noi dia all’altro e con la stessa naturalezza tolga. Di come gli oggetti appartenuti a qualcuno siano importanti e a volte, insensatamente, persino più della persona stessa (bellissima la scena da dark comedy con il preside feticista di biancheria intima). Di come le persone stesse diventino oggetti da usare (l’odioso quarterback che tratta male le ragazze e per certi versi anche i due genitori fedifraghi). Di come ci accorgiamo di quanto amiamo qualcosa solo quando quel qualcosa ci sfugge definitivamente. Di come gli altri lascino sempre una traccia, un odore, una sensazione in noi, e quando questo è tutto ciò che ci rimane abbiamo una paura fottuta di dimenticarcene. È un film corale, anzi, la canzone di un coro, che scava nell’umanità di una cittadina apparentemente tranquilla e scopre una rete inevitabile di attrazioni e relazioni, di storie e segreti, dove ognuna ama, odia, sbaglia, rimedia, fa del bene e fa del male. E forse uccide una cheerleader.

Knives and skin - recensione - screenshot 4

Se c’è una scena significativa di questa lunga canzone che è Knives and Skin, forse quella che in un mare di scene enigmatiche apre gli occhi più di ogni altra, è quella delle due ragazze nei bagni della scuola. E’ una scena che avrebbe potuto essere girata in mille modi diversi e tutti meno fastidiosi, ma la regista e autrice Jennifer Reeder ha scelto proprio questo. E se mi ha colpito e me lo ricordo vividamente, significa che era il modo giusto, questo scambiarsi tanti piccoli oggetti (tutti profondamente simbolici, come un cuore, un neonato, la statua della Libertà) fino ad arrivare a quell’incrocio di dita a cui tutti, nella nostra vita, aspiriamo.

E non è certo una canzone perfetta, perché è a volte illogica, pretenziosa, confusa, con qualche nota sbagliata e che a volte è persino un po’ noiosa. Ma è un film dove credo l’autrice si sia messa in gioco in modo molto personale e, per me, è già motivo di rispetto.

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Un film con tutti gli elementi per essere un teen-horror, ma che è invece qualcosa diverso e cinematograficamente indefinibile.
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