I AM MOTHER (2019) di Grant Sputore | Recensioni di Beetlejuice

I AM MOTHER

“Perchè non ci sono altri bambini, Madre?
Un tempo c’erano, prima delle guerre.
Io non voglio essere un’umana.
Perché?
Loro hanno distrutto tutto.
Gli umani possono anche essere meravigliosi.
E allora perché ne hai fatto solo uno?”

Nella fantascienza degli anni ’50 il terzo millennio era generalmente previsto come un periodo di benessere, di pace e di grandissime conquiste per l’umanità. Poi, già una ventina d’anni dopo, visionari come Philip K. Dick avevano cominciato a rovinarci la festa, prevedendo una società disordinata, inquinata, ingiusta e dove le conquiste tecnologiche erano spesso strumenti sciagurati di questa preoccupante realtà. Nel terzo millennio, consci che quei visionari ci avevano preso in pieno, il morale è finito completamente sotto i piedi e la questione è diventata in sostanza: “L’umanità è spacciata e ben gli sta”.

Ma, se fosse così semplice, la fantascienza avrebbe già chiuso baracca e burattini e invece è sempre che lì che si attacca testardamente al futuro dell’umanità, forte della classica battuta hollywoodiana “Ci deve pur essere una via d’uscita!”. E questa magica soluzione allora quale potrà mai essere? Chi oggi ci dà una mano per risolvere tutti i nostri piccoli e grandi problemi? Chi accorre in nostro aiuto per comprare in dieci minuti tutti i regali di Natale, per trovare la strada più veloce per il ristorante, per decidere se in caso di incidente dobbiamo morire noi o la donna incinta che guida contromano? La risposta la conoscete tutti e non importa se film saggi come The Terminator, Wargames e 2001: A Space Odyssey suggerivano già anni fa che si sta scherzando col fuoco. Perché con l’intelligenza artificiale si risolve tutto, ma proprio tutto, anche la rinascita dell’umanità dopo che l’umanità si è estinta.

I am mother | Recensione film | Screenshot 1

Qualche videogiocatore probabilmente troverà I Am Mother di Netflix un po’ familiare, perché l’idea post-apocalittica di partenza (l’intelligenza artificiale con il compito di rifondare l’umanità) è la stessa di un recentissimo e bellissimo videogame di nome Horizon Zero Dawn (che si sviluppa però in modo completamente diverso), mentre le protagoniste Mother e Figlia hanno curiose somiglianze con due personaggi di Portal: GLaDOS (il robot con l’occhio centrale) e Chell (il modo in cui è vestita la ragazza nelle scene finali è un evidente omaggio). Il regista australiano Grant Sputore, che in Italia temo non potrà mai essere scritto senza suscitare un minimo di ilarità, è qui alla sua opera prima come regista, autore e produttore. Considerando che è riuscito a realizzare uno dei film di fantascienza più interessanti del 2019 e con un ricorso alla CGI davvero minimo (giusto in quei pochi momenti in cui avrebbero rischiato di danneggiare la tuta del robot), si merita tutti gli onori.

I am mother | Recensione film | Screenshot 3

L’incipit di I Am Mother riesce a raccontare in poche scene tutto quello che dobbiamo sapere, dell’estinzione umana, degli embrioni conservati criogenicamente, dell’educazione della figlia e riesce a trasportarci con facilità nell’assurdità del contesto e a convincerci della dolcezza di questo essere artificiale di nome Mother. La scelta di rappresentare il robot in forma antropomorfa, ma senza arrivare all’estremo umano dell’androide, è probabilmente una delle scelte più azzeccate e nel corso della storia sarà sempre più chiaro il perché. Mother è praticamente priva di espressioni, se non per un paio di punti luminosi che si muovono per rappresentare vagamente i movimenti di un’ipotetica bocca. Questo le dona una costante espressione indecifrabile e binaria, in cui possiamo capire solo quale emozione il robot vuole comunicare, che non è necessariamente ciò che realmente prova (ammesso che provi qualcosa, ma questo in verità vale anche per le persone). Il tocco umano che viene dato a Mother è invece la sua voce, lontanissima dalla voce monotòna e metallica a cui siamo stati abituati per questo tipo di robot. Una voce affascinante come quella del sistema operativo di Her e contemporaneamente dolcissima, perché è quella di Rose Byrne (di cui ero da anni in dubbio se esserne innamorato e ora finalmente ho deciso).

I am mother | Recensione film | Screenshot 2

I Am Mother fa parte del filone fantascientifico emozionale, alla Passengers o Arrival per intenderci, sopratutto nelle sue parti iniziale e finale. L’azione è ridotta all’osso ed è quasi tutta concentrata all’interno della struttura. Ma se il tutto riesce veramente ad emozionare è perché è raccontato in modo convincente, grazie a un’attrice bellissima e bravissima come Clara Rugaard nei panni della Figlia, di dialoghi scritti come Dio comanda e di una regia e una sceneggiatura che praticamente non sbagliano un colpo. Se proprio volessimo trovare il pelo nell’uovo è quello che qualcuno definirebbe il peccato originale del film e cioè: davvero un essere umano cresciuto solamente con un robot, che ha esperienza della sua specie solo attraverso vecchi filmati, potrebbe crescere come un normale essere umano? Non credo, penso sia un’assurdità che un qualsiasi antropologo o psichiatra potrebbero facilmente liquidare con un paio di esempi, ma nella fantascienza il peccato originale c’è quasi sempre e non scalfisce di un millimetro la qualità di una pellicola.

I am mother | Recensione film | Screenshot 17

Nella sua parte centrale, che probabilmente qualcuno troverà la più bella, I Am Mother è sostanzialmente un giallo. Uno di quei thriller dove dall’esterno arriva un visitatore misterioso, il classico terzo personaggio che si inserisce nell’ambiente e stravolge l’esistenza e le verità dei protagonisti. È una parte terribilmente ben giocata, con una brava e insolitamente ambigua Hillary Swank, nel ruolo della Donna, colei che mette in crisi tutte le certezza della Figlia e degli spettatori. D’accordo, i più sgamati avranno sospettato qualcosa di Mother fin da subito, è un’intelligenza artificiale per la miseria e le cose artificiali vanno sempre tenute d’occhio, ma è incredibilmente difficile decidere a quale versione della storia credere, se a quella dell’umana, per la quale però non ci sono prove, oppure a quella del robot, che però è in chiara contraddizione con quanto sta succedendo. In questo lungo momento di mistero e di suspense è ancora impossibile per lo spettatore schierarsi e l’inespressività metallica di Mother qui mostra la sua principale ragion d’essere. Il robot che osserva la Figlia operare la Donna oppure parlare con lei in modo sospetto si presta in questo modo a diverse possibili interpretazioni, anche totalmente contrastanti. Si può pensare alla preoccupazione, alla gelosia, all’obiettivo programmato di raccogliere informazioni, a un disegno segreto o al semplice consueto amore per la Figlia. Difficilissimo dare risposte, come anche fare previsioni sulla strada che prenderà la vicenda. Persino nel momento della prima rivelazione, quando la Figlia scopre la cartella elettronica della figlia precedente e capisce di essere uno dei tanti tentativi di crescere un essere umano (e in fondo bastava fare due conti con i 13867 giorni passati dall’estinzione per capire che lei non poteva essere la bambina che vediamo crescere nelle prime scene), non è così scontato che Mother passi al ruolo di antagonista e comunque si rimane con la sensazione che ci aspetti al varco una spiegazione molto più profonda.

I am mother | Recensione film | Screenshot 23

La fuga della Donna e della Figlia all’esterno è forse la parte meno convincente di I Am Mother, fortunatamente è molto breve e ha giusto la funzione fondamentale di mostrare quale sia la verità sul destino dell’umanità. Ma il finale, in cui la Figlia ritorna da sola alla struttura per salvare il fratello, è un momento scritto e diretto splendidamente. Tutti i nodi vengono al pettine e le conclusioni che avevamo tratto fino a quel momento, i ruoli in cui avevamo incasellato i protagonisti, alcune scene che apparivano in una certa luce dovranno essere tutti rivisti e reinterpretati. L’ingresso del robot nel container della Donna, lo sguardo terrorizzato di lei e quel dialogo “Tu ricordi tua madre? Curioso non trovi? Che tu sia sopravvissuta più a lungo di altri. Come se ci fosse uno scopo per te. Fino ad ora.” è uno dei momenti più terrificanti e rivelatori, perché suggerisce che anche la Donna sia un progetto di Mother, una pedina utilizzata per l’ultimo test alla Figlia (e forse addirittura creata da un embrione esattamente per quello scopo).

I am mother | Recensione film | Screenshot 33

E quando nello scontro con Mother la Figlia, col fratellino in braccio, dice: “Posso accudirli io. Mi hai cresciuta per farlo, no? Per accudire una famiglia. Lasciamelo fare” e solo a quel punto il robot si fa sparare alla CPU, dobbiamo rifare i conti sull’obiettivo dell’intelligenza artificiale. La spiegazione è che questo disegno non è affatto oscuro o malvagio, ma solo un calcolo amorale estremamente complicato, il cui risultato corretto è l’unico che potrà garantire una seconda possibilità al genere umano. Probabilmente la frase chiave in questo senso è di parecchie scene prima rispetto al finale, quando la Figlia e la Donna stanno fuggendo e Mother le dice: “A questa donna interessa solo il suo di futuro. Devi restare qui per la tua famiglia”. Ripensandoci non è più una frase buttata lì da una robot programmato a recitare un ruolo, ma è la verità pura e semplice, detta da chi ha orchestrato tutto fin dall’inizio, da chi sa che il vero ruolo di madre spetta alla ragazza che ha davanti e che ha selezionato in anni di lavoro. E che la sua famiglia sono le migliaia di embrioni di cui si dovrà prendere cura per generare una nuova razza. E in chiusura il magnifico primo piano di Clara Rugaard che assume il ruolo di Madre è facile e paraculo quanto volete, ma tanto, tanto bello.

Comunque, diciamocelo, la specie umana è arrivata all’alba del 2019 contro qualsiasi previsione, allo stesso modo in cui Keith Richards ha superato vivo i settant’anni. Quando si verificano eventi così improbabili è sicuramente una grandissima fortuna, il problema è che gli uomini mostrano sempre grandissima dimestichezza con il concetto di “fortuna”, mentre dovrebbero interiorizzare molto di più quello di “probabilità”. Insomma, se volete il mio parere, una storia come quella di I Am Mother in cui la specie umana ha bisogno di un tutore non umano per evitare l’estinzione dovrebbe ormai essere catalogato sotto il genere “Documentario” e non “Fantascienza”.

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Un film di fantascienza australiano che unisce atmosfere da thriller a riflessioni sul futuro umano. E azzecca quasi tutto alla perfezione.
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