CHERNOBYL (2019) di Johan Renck | Recensioni di Beetlejuice

CHERNOBYL

“Quando la verità è dura,
noi mentiamo e mentiamo
finché non ci ricordiamo più che è lì.
Ma è ancora lì.
Ogni menzogna che diciamo richiede
un debito con la verità.
Prima o poi, quel debito va pagato”

Chi il 26 Aprile del 1986 era un bambino o un ragazzo credo abbia un ricordo della tragedia di Chernobyl simile al mio, cioè essenzialmente legato a quella fiacca indicazione del Governo italiano di non mangiare l’insalata. Ovviamente il problema era infinitamente più complicato di così, anche in un Paese relativamente lontano dall’Ucraina come l’Italia (dove infatti le contromisure erano un po’ più vaste di quelle che potevano essere percepite da un ragazzino), ma la verità è che in quel momento quasi nessuno sapeva con certezza quali fossero l’entità e gli effetti del più grande disastro nucleare mai avvenuto.

Chernobyl | Recensione film | Screenshot 49

Ho sempre tenuto una certa distanza nei confronti della tragedia, un po’ perché arrivato all’età in cui avrebbero potuto interessarmi i suoi retroscena l’incidente era quasi solo un lontano ricordo, ma sopratutto perché mi ha sempre dato fastidio la disinvoltura con cui l’entertainment (editoria, cinema e in questo caso anche l’industria dei videogiochi) rimasticano storie drammaticamente vere. Mi è sempre sembrata una faccenda molto borderline, non molto diversa da chi in autostrada rallenta per vedere meglio un incidente mortale per poi raccontarlo alla prima occasione, qualcosa di vagamente pruriginoso e umanamente misero che dimentica un’aspetto fondamentale: il rispetto per le vittime. Ma nei trentun’anni passati dall’evento di Chernobyl sono anche stati scritti libri e realizzati documentari lontani da qualsiasi finalità sensazionalistica, con intenti nobili come quelli di denuncia scientifica, politica e sociale. Preghiera per Černobyl’, del premio Nobel per la letteratura Svetlana Alexievich, è un libro che parte proprio dalla cosa più importante e cioè l’esperienza umana delle vittime, di coloro che vivevano, lavoravano e come tutti quanti sognavano un futuro nella propria terra, quella che ora passa sotto il nome di “Zona di Alienazione”.

La serie in cinque episodi Chernobyl di HBO, in onda in Italia su Sky Atlantic, è basata in gran parte sull’opera della Alexievich e fin dalle prime scene è chiarissimo quanto sarà focalizzata sull’aspetto umano della vicenda e non sulla sua spettacolarità. A dir la verità, a guardare i curriculum del regista e dello sceneggiatore ci si sarebbe aspettato tutt’altro. Per intenderci, in passato Craig Mazin ha scritto roba come Una notte da leoni 2 e 3 e di recente l”imminente reboot di Charlie’s Angels, mentre il regista Johan Renck è uno dei più importanti videomaker di spot e videoclip musicali (vedi quelli di qualche anno fa di Madonna, David Bowie o Beyonce). E invece, miracoli di HBO, qui Mazin e Renck danno vita a una creatura totalmente diversa, bellissima e anche meravigliosamente difficile da inquadrare con precisione.

Chernobyl | Recensione film | Screenshot 04

Ci sono due aspetti che rendono Chernobyl una grande serie: il tono della narrazione e i protagonisti, in fondo due facce della stessa medaglia. Diciamoci la verità, se vi dovessero chiedere di fare una serie sul più grande disastro nucleare di tutti i tempi, un incidente causato dall’incredibile esplosione del reattore numero 4 della centrale V.I. Lenin, cosa fareste? Non mettereste in scena la gigantesca e roboante esplosione del nucleo proprio nella prima puntata, magari nelle prime scene, come manuale di ogni buona serie TV comanda? In Chernobyl l’evento viene mostrato, sì, quasi subito, ma in un modo completamente diverso e contro-intuitivo per la maggior parte degli spettatori. Un modo, tuttavia, che se ci si pensa bene è invece quello più naturale, perché è quello più vicino all’esperienza umana diretta. Sono le fatidiche 1.23 del 26 Aprile, siamo in una casa, c’è una coppia di ragazzi, lei si alza dal letto, dalla finestra vediamo in lontananza un piccolo bagliore e dopo qualche secondo il boato raggiunge la stanza. Poi squilla un telefono perché lui è un pompiere. Tutto qui.

Chernobyl | Recensione film | Screenshot 29

Questo è il tono generale della miniserie di HBO. Nessuna spettacolarità, nessuna forzatura, nessun cliffhanger da quattro soldi. E’ grande fiction che riesce ad appassionare ed emozionare rimanendo sempre in equilibrio perfetto con le finalità documentaristiche che un tema come questo non può trascurare. La ricostruzione dell’Unione Sovietica di quei tempi, della centrale V.I. Lenin, delle città di Pripyat e di Chernobyl, sia negli esterni sia negli interni, è veramente di altissimo livello. La prima volta che viene mostrata la Centrale dall’interno, in particolare quella stanza di controllo che rivedremo meglio nell’ultima puntata, qualsiasi spettatore che non ha mai approfondito la storia dell’incidente si troverà spiazzato. Una squadra di tecnici, in un uniforme che li fa sembrare poco più che panettieri, sottomessi a un superiore che gestisce il problema alla stregua del guasto di uno scaldabagno. A molti scapperà sicuramente almeno un sorriso tanto è surreale la situazione e in qualsiasi altro film una scena del genere sarebbe un evidente errore di linguaggio cinematografico, ma qui sappiamo che è la verità ed è un pensiero davvero atroce. E a questa scena, sempre nella prima puntata ne segue quasi immediatamente un’altra che racconta la stessa atrocità ma in modo diverso, stavolta estremamente poetico. Quelle persone sul ponte che guardano l’incendio alla centrale Lenin, quello stranissimo bagliore blu che dal fuoco ascende verso il cielo, quel pulviscolo che viene inquadrato e che si muove a rallentatore attorno ai capelli, alle mani, ai piedi di uomini, donne e bambini. Persone che pensano di assistere a un semplice incendio, di essere testimoni di una serata movimentata ma tutto sommato innocua, e delle quali ad oggi non si sa ancora realmente quante ne siano sopravvissute e quante abbiano avuto conseguenze dall’esposizione alle radiazioni.

Il filo conduttore in Chernobyl è proprio questo, quel tema anticipato già nel prologo ma che in quel momento è ancora poco comprensibile, e cioè la continua e deleteria costruzione di bugie per coprire il disastro. Bugie che, come emerse dalla memorie del chimico Legasov, erano un comportamento fisiologico dell’apparato sovietico di quei tempi e che si estendevano a tutti gli aspetti della vita nell’URSS. Anche alla scienza e alla tecnologia, campi dove è assurdo anche solo ipotizzare che esista altro che la verità, e dove le continue menzogne sono state non solo il motivo dell’ingigantirsi degli effetti, ma addirittura proprio una delle cause dell’esplosione del reattore.

Chernobyl | Recensione film | Screenshot 55

E’ uno scenario desolante e ai limiti dell’immaginabile, che non so quanto noi occidentali di oggi riusciamo a comprendere. La serie non dimentica di mostrare gli orrori più tangibili e immediati, i volti arrossati, le mani ustionate per il contatto con la grafite, l’elicottero precipitato sopra all’incendio, i tecnici e i pompieri ricoverati i cui corpi si trasformano orribilmente, le inconcepibili sofferenze e le bare di piombo sepolte sotto tonnellate di cemento. E’ un dipinto spaventoso, che chi come me era poco informato sulla storia di Chernobyl credo non si aspettasse, e che tuttavia non è ciò che più angoscia. Quello che colpisce duro, e che in fondo ci fa fare anche un salto in un passato che almeno da lontano abbiamo vissuto, è proprio questo scenario in cui la verità è solo l’ultimo dettaglio di cui occuparsi. Un panorama dove al primo posto c’è sempre lo Stato e la salvaguardia della sua credibilità, dove le decisioni sono in mano a piccoli e grandi burocrati, ognuno interessato a compiacere il Partito e a salire nella scala gerarchica, con una fede ottusa nel governo e nella sua infallibilità. Un comportamento che nella serie Chernobyl ci viene raccontato come qualcosa di totalmente naturale, quasi nel DNA delle persone, un meccanismo biologico simile a quello degli anticorpi. Dove la verità è contraria allo Stato, va combattuta la verità. E allora si arriva a difendere l’indifendibile e a negare l’innegabile, finché qualcuno (e non a caso è uno scienziato) non batte i pugni sul tavolo.

Chernobyl | Recensione film | Screenshot 01

E qui arriviamo all’altro grande punto di forza della serie, il suo cast. Chi batte i pugni sul tavolo di Michail Gorbačëv, mentre il resto della commissione sta levando i tacchi rassicurata dalle proprie bugie, è Valerij Alekseevič Legasov, interpretato da Jared Harris. Un nome che forse la maggior parte degli spettatori non riuscirebbe ad associare immediatamente a un viso, ma che dopo la sua interpretazione del capitano Crozier in The Terror e quella di Legasov in questa serie, a mio avviso può tranquillamente essere inserito tra i grandi attori viventi senza passare dal via. E altrettanto splendido è il personaggio di Boris Shcherbina, il politico incaricato di guidare la Commissione sul disastro, impersonato da Stellan Skarsgård. Un volto probabilmente più conosciuto di quello di Harris, ma che qui è invecchiato e indurito in modo perfetto per rappresentare un burocrate dell’URSS. Sono due protagonisti molto atipici, profondamente umani, abbastanza complessi da non ricadere nei cliché del politico ottuso e dello scienziato idealista e la cui diversità genera un conflitto che diventa piano piano una sottile alleanza, se ci fosse stato il tempo forse addirittura un’amicizia, per fare venire a galla la verità. Una coppia difficile da scordare, che rappresenta alla perfezione quella parte dell’establishment che non aveva del tutto perso la capacità critica nei confronti dello Stato, capacità che poteva essere messa in moto forse solo da un disastro di proporzioni gigantesche come quello di Chernobyl. Nei titoli di coda della serie viene riportata una frase di Gorbačëv di molti anni dopo, in cui dichiara che il disastro di Chernobyl è forse stata la vera causa della disgregazione dell’Unione Sovietica.

Harris e Skarsgård sono immensi, ma non significa che il resto del cast non sia degno di nota. Tutti gli attori, e in primis sicuramente la bravissima Emily Watson, sono così perfetti e curati nelle loro parti che ognuno di loro, nel bene o nel male, vi darà un motivo per emozionarvi. Viene dato spazio e onore a tante figure minori (minori ovviamente solo dal punto di vista cinematografico) e a volte in modo anche sorprendente, come nel caso del reclutamento della squadra dei minatori, sicuramente uno dei momenti più riusciti della serie.

Chernobyl | Recensione film | Screenshot 40

La bellissima ultima puntata è quella che tira le fila, racchiudendo magistralmente tutte le caratteristiche eccellenti di questa produzione. La fatidica domanda “Come ha fatto un reattore RBMK a esplodere?” portata avanti dalle indagini della scienziata Ulana Khomyuk (personaggio inventato proprio per sintetizzare le ricerche fatte nella realtà da varie persone) ha la sua risposta qui, nel processo in tribunale e nel flashback della notte del 26 aprile 1986. In questa parte c’è l’unico momento vagamente spettacolare che la serie si concede, quando viene mostrata l’esplosione del reattore e di come sia stato possibile arrivarci a causa di una conduzione scellerata dei test da parte dell’ingegnere capo Anatolij Stepanovič Djatlov. Ma è comunque una gestione della tensione perfettamente sobria, sempre in linea con il tono generale di Chernobyl, lo stesso tono che viene utilizzato anche nel raccontare il processo. In una produzione diversa, questo momento avrebbe potuto essere gestito in modo completamente sbagliato, come un legal thriller, invece Mazin e Renck vanno dritti per la loro strada. Senza forzature e cliché si arriva al momento più alto della serie, quel discorso che Shcherbina permette a Legasov di terminare davanti alla Corte e che sono parole di una tristezza e una potenza infinite, perché finalmente hanno tutto il sapore della verità. Quel “We lie and lie” detto a testa alta da Legasov al giudice, mentre la telecamera ruota attorno all’aula fino ad arrivare a Shcherbina e al suo sguardo amaro e indescrivibile verso il compagno scienziato. Quell’uomo dall’aspetto piccolo e mite che ha il coraggio di accusare un intero stato, e stiamo parlando dell’Unione Sovietica di quegli anni, consapevole di tutte le conseguenze. Questo è un momento di grande, grande cinema. Ma prima di tutto, per quanto la serie sia romanzata, deve essere stato un grande, grande momento per il popolo dell’URSS.

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Io avevo appena compiuto 5 anni ma ricordo che mia madre era spaventata, mi diceva di non stare tanto fuori casa, soprattutto ho un vaghissimo ricordo della paura delle radiazioni solari (chissà cosa diavolo avranno tirato fuori ai TG dell’epoca…).
La serie mi è piaciuta molto, rende bene l’idea della stupidità e dell’arroganza umane portate all’estremo, senza alcuno scrupolo per il bene delle persone quando si tratta di pararsi le chiappe assetate di potere.

La miniserie di HBO è il racconto magistrale e curatissimo del più grande disastro nucleare di sempre. Una tragedia prima di tutto umana.
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